Durante il Festival del Lavoro, che quest’anno si svolge a Bologna, si fa vivo il dibattito sull’introduzione del salario orario minimo in Italia. Se il focus, qui e in Europa, è centrato su quanto dovrebbe percepire in più il lavoratore, secondo i Consulenti la domanda basilare dovrebbe essere “chi paga questo corposo aumento del costo del lavoro?”. E tra gli Stati membri andrebbe anche fatta distinzione tra le condizioni socioeconomiche di ognuno.
Sembra necessario ai CdL ricordare che il nostro è un Paese dove la contrattazione collettiva riguarda oltre il 90 per cento dei rapporti di lavoro. E che il sistema italiano delle relazioni industriali – assimilabile per certi versi a quello del Nord Europa, che tuttavia ha economie diverse e migliori – offre numerosi istituti contrattuali che in territorio estero sono per lo più inesistenti.
Con ciò, non che sia giusto che in Italia esistano settori nei quali i livelli retributivi e la paga oraria restino ostaggio della contrattazione individuale, quindi sotto soglia minima. E’ giusto adeguarla, considerano i Consulenti, ma torna la domanda cardine: chi sosterrà i maggiori costi? Provando a dare risposta, la presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine afferma: «Non c’è dubbio che a normativa vigente l’onere ricada totalmente sugli imprenditori. E questo riguarda non solo il giustificatissimo aumento delle cifre orarie più basse dei comparti fuori dal perimetro della contrattazione collettiva. Nessuno deve essere pagato per pochi euro
l’ora. Quindi in queste situazioni l’aumento del salario orario minimo è dovuto».
Ma nel dibattito politico il timore è l’effetto domino per cui tutti i livelli retributivi attuali vengano trascinati al rialzo.
Il costo complessivo per le imprese? Circa 12mld l’anno
«Noi abbiamo anche conteggiato il costo complessivo annuale che dovrebbero sopportare le imprese italiane. Si tratta di circa 12 miliardi l’anno con un innalzamento di circa il 20%, che certamente farebbe scaturire l’aumento dei prezzi di beni e servizi al consumo», spiega Marina Calderone.
Potrebbe innescarsi il circolo vizioso di un aumento delle retribuzioni (e dei contributi) cui farebbe seguito non la creazione di benessere ai lavoratori, piuttosto l’aumento, di molto, del costo della vita: costo del lavoro più alto, aziende costrette a compensarlo con un aumento dei prezzi, quindi minor potere d’acquisto malgrado gli aumenti.
Servirebbero, in definitiva, misure compensative tali da garantire un’adeguata copertura finanziaria per il sistema delle imprese.
«Non c’è dubbio che non potranno essere gli imprenditori a caricarsi sulle spalle quest’onere. Per questo diventa indispensabile la riduzione del cuneo fiscale, che di certo libererebbe risorse da dedicare agli aumenti contrattuali», chiude la presidente, intervistata dal Corriere della Sera.
Sostenere e tutelare le categorie sottopagate senza aumentare ulteriormente il costo del lavoro delle aziende italiane sarebbe la ricetta. Impresa non da poco.
Sitografia
www.corriere.it

