Nella ricerca di un welfare aziendale più marcato la digitalizzazione è la svolta, è l'elemento determinante. In Italia è subito buoni pasto
Tra il 2021 e il 2022, le PMI italiane hanno puntato sul welfare, stabilendo un cambio di rotta. Il dato proviene dall’intervista realizzata dalla Fondazione Studi a duemila Consulenti del Lavoro. L’indagine, pubblicata sul sito internet della categoria professionale, titola “Il welfare aziendale: diffusione e prospettive nelle PMI”.
Perché è un cambio di rotta, perché è una svolta?
Il cambio di paradigma, favorito dalla pandemia e dall’escalation inflazionistica, sembra anche consolidato: il 61,1% del campione ritiene che nel 2023-2026 il welfare si diffonderà ulteriormente, con particolare riguardo agli strumenti di sostegno diretto alle famiglie (77,4%), all’area salute e assistenza (38,1%), alla conciliazione vita-lavoro (33,5%) e, in quota minore, alla formazione e all’aggiornamento professionale (21,9%) e alla previdenza (18,6%).
Territorialmente, le solite differenze
Se al Nord la spinta alla nuova tendenza é netta e pare abbracciare una gamma più ampia di interventi (perlopiù in tema di salute e assistenza e conciliazione vita-lavoro), nel Meridione è la formazione che la fa da padrona.
In tutta Italia, il traino della crescita saranno i vantaggi fiscali che la norma fissa (40,2%); segue la dinamica inflattiva con le sue ripercussioni sul potere d’acquisto dei salari (40%).
Il welfare nostrano? Buoni pasto
Nella mente dei piccoli e medi imprenditori italiani, il welfare aziendale è sinonimo di buoni pasto. Motivo? sono immediati, sono flessibili, sono smart. Così, il 39,8% degli intervistati li etichetta “molto diffusi”; il 42,2% “abbastanza diffusi”, con una concentrazione in Centro e al Sud.
Se non quelli? Buoni benzina
Il trend è interessante: i buoni benzina (40,3%), da qui a tre anni cresceranno, sembra, più di altri strumenti di welfare spendibili dagli imprenditori (49,1%).
Nonostante tutto, ancora resistenza
Non che questa presa di coscienza ed inclinazione al welfare in ambiente aziendale non incontri, ancora, resistenza: resta, per fare un esempio su tutti, lo spauracchio dell’essere percepito (o dell’essere e basta!) un “costo aggiuntivo” per l’impresa (31,3%); come pure resta la scarsa conoscenza degli strumenti di cui si dispone o si deve disporre (24,1%); resta, infine, la percepita difficoltà di gestione.
Sic stantibus rebus? La svolta può essere il digitale
L’ultima criticità sollevata, quella della difficoltà gestionale dello strumento, può essere superata: il digitale, la digitalizzazione, semplificano i processi e gli strumenti, garantendosi come l’obiettivo primo da dover raggiungere, potendo rappresentare il giusto impatto su varietà e flessibilità dei servizi erogati (52,7%); gestione amministrativa (52,9%); soddisfazione dei lavoratori (53,4%); miglioramento della qualità degli strumenti (54,4%). Ed accanto, il volàno dell’informazione: le piattaforme per accedere ai servizi di welfare, ancora ad una percentuale di diffusione embrionale.
De Luca e il ruolo centrale dei professionisti intermediari
“L’indagine mette nero su bianco la funzione essenziale svolta dai professionisti intermediari nell’orientare e assistere le aziende nell’attuazione delle politiche di welfare aziendale. Puntare su questi strumenti è una scelta che ci impone il mercato, con i lavoratori che cercano un miglior work-life balance e i datori più attenti alle esigenze dei dipendenti. È fondamentale, allora, avvalersi di chi conosce questi strumenti, anche grazie al quotidiano lavoro svolto al fianco delle imprese”, commenta Rosario De Luca, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro.
Alessia Lupoi
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