Tema caldo quello della parità reddituale tra uomo e donna. Anche tra le pagine di questo giornale ne abbiamo parlato ed approfondito. E proprio a tal proposito che riprendiamo il tema; l’aggancio ce lo offre l’intervista rilasciata a Il Messaggero da Rosario De Luca, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro.
“Aiutare le lavoratrici affinché non paghino il peso della famiglia”, così si esordisce. Sì, perché sono proprio le donne, soprattutto in Italia, a pagare il prezzo più alto. Ma questo, di certo, non è più neanche una novità.
Con dati alla mano e secondo un approfondimento da parte della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, è proprio il nostro paese a “primeggiare” per un elevato Gender Pay Gap, ovvero la differenza percentuale delle retribuzioni orarie di uomini e donne in rapporto a quelle degli uomini.
La colpa di tale gap sembra essere proprio l’approccio culturale, un tema che va affrontato e difficoltà che vanno scavalcate. La donna infatti, dice De Luca: “vede rallentare la carriera per mille motivi”. Fondamentale è dunque sostenere la maternità ed avanzare aiuti di carattere familiare.
Contratti collettivi e disparità salariale
Sappiamo però che un appiglio importante per il raggiungimento della parità salariale ce lo offrono i contratti collettivi, i quali non discriminano i lavoratori per genere. Infatti, la normativa dei CCNL viene gestita a parità di livello, qualifica ed età. Ovvio che è l’applicazione dei contratti a generare gap reddituale ma anche, aggiungiamo, di mansione e/o qualifica ricoperta.
Sembrerebbe, infatti, che il gap salariale è più alto tra le professioni in cui vi è una minore presenza femminile, per esempio nel gruppo dei Dirigenti, in cui si evince un valore del GPG pari al 27,3%, in corrispondenza delle retribuzioni orarie più alte, sia per le donne (33,6 euro) che per gli uomini (46,2 euro).
Cosa può cambiare?
Ma allora cosa si può fare per cambiare questa cultura? Secondo De Luca, ancora, sono tanti gli interventi a sostegno di donne e famiglia che possono essere messi in campo, soprattutto per impedire che per accudire i figli le donne debbano rientrare tardi sul posto di lavoro oppure siano costrette a ricorrere al tempo parziale o all’assenza prolungata.
Sitografia
www.redigo.info

