Un tema che torna quello della settimana lavorativa corta fatta di quattro giorni. La riporta in auge Giuseppe Conte che, in un video-annuncio online di qualche settimana fa, comunicava una proposta di legge a sua firma che riduce da 40 a 32 ore l’orario di lavoro. In via sperimentale.
“È arrivata in Commissione lavoro – della Camera, n.d.r. – una mia proposta sulla riduzione del tempo di lavoro. L’Italia è uno dei Paesi in cui si lavora di più. Un lavoratore italiano di media lavora 358 ore in più di un lavoratore tedesco e 196 ore in più di un lavoratore francese”, con ulteriore e continua perdita di potere salariale, aggiungiamo.
Conte: “A noi interessa il futuro delle lavoratrici e dei lavoratori”
Sì, perché la possibilità di “lavorare meno” e “produrre di più” non è cosa nuova. In Italia, di tanto in tanto, si riaccende il dibattito, mentre in molti Paesi UE – e non solo – è già realtà. Come in Spagna, Gran Bretagna e in Nord Europa.
Molti diranno che noi italiani non siamo pronti a un simile cambiamento. Quali aiuti per i datori di lavoro, ad esempio? La proposta di diminuire l’orario di lavoro va, è chiaro, affidata e realizzata dalla contrattazione collettiva e supportata da uno sgravio contributivo; il tutto però a parità di retribuzione.
I pro della “settimana corta”
Si parla fitto fitto dei pro per lavoratori ed aziende: i dipendenti guadagnerebbero una migliore qualità di vita, maggior tempo per sé, vita sociale o culturale. Per le imprese sarebbe anche un risparmio energetico. In parte, quello che si è raggiunto nel post pandemia, con l’era dello smart working.
Ed è proprio nel dopo pandemia che è nata la voglia di tornare a prestare maggiore attenzione alla vita oltre il lavoro.
Diminuire l’orario di lavoro, parola chiave flessibilità!
“Stabilizzare la riforma o rivederla per quanto sarà necessario”, dice infine Conte. Sembrerebbe che in Italia qualcosa possa muoversi.
Flessibilità, allora, è il termine più consono? In alcune realtà, soprattutto più piccole, si utilizza anche il cosiddetto “giorno libero”. Settimana corta, non vuol dire solo lavorare dal lunedì al giovedì, tagliando il quinto giorno di prestazione lavorativa; anche ritagliarsi un giorno a settimana e detrarlo dalla classica settimana di lavoro di cinque.
E le volontà del datore di lavoro?
Dall’altro lato della medaglia, si parla davvero poco di quella che potrebbe essere la riposta dei datori di lavoro. Agevolazioni, incentivi, sgravi fiscali? Senza dimenticare una nuova organizzazione di orari, forza lavoro e retribuzioni. Sebbene per i lavoratori si parli di innumerevoli note a favore, per i datori, al contrario, sarebbero molte le ombre sulla gestione del personale.
Per tale ragione, la via sperimentale sembrerebbe essere la via più corretta, al momento, in quanto consentirebbe alle aziende, e ai loro datori e/o amministratori delegati, di toccare con mano vantaggi e svantaggi, con il fine unico di trovare un equilibrio tra impatto sociale (lavoratori) ed economico (imprese).
Sicché si rendono necessarie linee guida, peraltro attese da sindacati, Organizzazioni datoriali, più in generale dalla contrattazione collettiva.
In questo clima di incertezza e voglia di definizione, rimane un solo fatto: il mondo del lavoro è destinato a cambiare, come sono cambiate le nostre vite negli ultimi anni.
Melania Baroncini
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