Torna alla ribalta il tema del salario minimo. Nella giornata del 14 settembre, il Parlamento Europeo ha formulato il sì alla direttiva che ne specifica novità e termini di introduzione.
Sì al salario minimo. Cosa succederà ora
L’Europarlamento ha, dunque, approvato in via definitiva la direttiva sul salario minimo. Alla base della decisione la ratio di garantire ad ogni lavoratore e lavoratrice, senza distinzioni, condizioni di vita e lavoro dignitose, colpendo i “contratti pirata“.
La direttiva spinge gli Stati membri all’utilizzo della contrattazione collettiva; il processo dovrebbe avviarsi e definirsi entro un paio d’anni. La nuova regolamentazione dovrebbe infatti richiedere 24 mesi per entrare in vigore e verrà implementata dotando le autorità nazionali del potere di ritirare i prodotti messi al bando.
Non previsto un salario minimo unico ed europeo
Queste le richieste del Parlamento per il prossimo futuro. Non previsto, comunque, un salario minimo unico ed europeo, e questo non fa scattare l’obbligo di introduzione. Rimane però inalterata la garanzia di una contrattazione collettiva che copra l’80% dei lavoratori.
No ai “contratti pirata”: sistema di monitoraggio Ue
Affinché la misura sia efficace a livello europeo, la nuova direttiva prevede anche un sistema di monitoraggio e una verifica dei dati. Sotto tale screening passeranno tutti i contratti applicati a livello nazionale, inclusi i cosiddetti “contratti pirata“, ovvero quelli non applicati a livello nazionale o con esenzioni, oppure semplicemente scaduti da anni. Proprio questi ultimi potrebbero non passare il vaglio del sistema di monitoraggio obbligatorio, che si affiancherà a controlli e ispezioni sul campo, anche per contrastare subappalti abusivi, lavoro autonomo fittizio o straordinari non registrati.
La posizione dell’Italia
Ad oggi sono 27 i Paesi Ue che garantiscono il salario minimo. L’Italia ne è esclusa, facendo parte dei 6 che invece non lo hanno. Sebbene nessuno Stato membro possa essere obbligato a introdurre un salario minimo legale, ne saranno costretti se la contrattazione collettiva non copre almeno l’80% del mercato del lavoro nazionale.
Sitografia
www.ansa.it

